Ernesta Adele Marando

Il diritto di fare domande. Il dovere di dare risposte.

Nel mio nuovo libro ricostruisco una lunga battaglia civile e chiedo alle istituzioni di fare chiarezza sulla responsabilità del potere, sulla tutela degli iscritti critici e sulla sequenza di procedimenti giudiziari e disciplinari che da anni accompagna la mia attività giornalistica.

È uscito oggi Potere alla sbarra, il mio nuovo libro, pubblicato da Alumera Edizioni e disponibile su Amazon.

Pubblico oggi questo articolo sul mio sito professionale, Ernesta Marando Medico, poiché i miei  gionali online Radio Civetta e J’Accuse sono temporaneamente non raggiungibili a causa di un presunto attacco informatico, attualmente in fase di verifica tecnica. Non appena i due siti saranno ripristinati, l'articolo sarà pubblicato anche sulle rispettive testate.

Potere alla sbarra non è soltanto il racconto della mia storia. È il documento di una battaglia civile che riguarda il rapporto tra il cittadino e il potere, tra chi pone domande legittime e chi ricopre incarichi istituzionali e ha il dovere di rispondere.

Ho scritto questo libro perché credo che ogni cittadino abbia il diritto di chiedere conto dell’operato di chi amministra risorse collettive. Credo anche che nessuno debba essere costretto a trascorrere anni nelle aule giudiziarie soltanto per avere sollevato questioni documentate e chiesto trasparenza. Il volume esce in un momento particolarmente significativo per la Fondazione ENPAM. La citazione del Dr. Alberto Oliveti, presidente dell'ENPAM davanti alla Corte dei Conti nel prossimo mese di settembre. Nello scorso mese di giugno Il Fatto Quotidiano e altre testate giornalistiche hanno dato la notizia della citazione in giudizio del presidente dell’ENPAM, Alberto Oliveti, da parte della Procura regionale del Lazio della Corte dei Conti.

Secondo quanto riportato dalla stampa, la Procura contabile contesta un presunto danno erariale quantificato in 1.968.654 euro, relativo a compensi che, nella ricostruzione dell’accusa, non sarebbero stati dovuti perché collegati ad attività già comprese nelle funzioni istituzionali del presidente.Ritengo doveroso ricordare che la citazione in giudizio non equivale a una condanna e che ogni responsabilità dovrà essere accertata nel contraddittorio tra le parti. La difesa di Oliveti sostiene che i costi contestati sarebbero a carico dei fondi e non direttamente dell’ENPAM e contesta la competenza della Corte dei Conti. La Fondazione ha espresso fiducia nell’esito del giudizio contabile, richiamando anche l’archiviazione della precedente vicenda davanti alla magistratura ordinaria e i risultati patrimoniali ottenuti durante la presidenza Oliveti. Proprio perché credo nello Stato di diritto, non formulo sentenze. Riporto fatti pubblici, pongo domande e attendo che siano le autorità competenti a dare risposte.

Tutto è cominciato da alcune domande La mia vicenda è cominciata quando mi sono permessa di chiedere spiegazioni su un modulo relativo all’acquisto di una casa ENPAM. In quel documento avevo rilevato alcuni passaggi che consideravo oscuri e alcune clausole che ritenevo inaccettabili e potenzialmente vessatorie. Non chiedevo privilegi. Chiedevo semplicemente di comprendere che cosa stessi firmando e perché dovessi assumere determinati impegni per esercitare il diritto di acquistare l’abitazione nella quale vivevo da vent'anni. Una questione del genere avrebbe potuto essere risolta immediatamente attraverso un chiarimento trasparente, un confronto civile e l’esame dei documenti.

Sarebbe stato molto più intelligente e lungimirante ascoltare le mie obiezioni e aprire un dialogo. Ho cercato più volte una mediazione e un chiarimento con l'ENPAM, ma ogni tentativo è rimasto senza esito. Si è preferito un insensato braccio di ferro, che avrebbe potuto essere evitato. Probabilmente si pensava che, con il tempo, avrei ceduto. Non è accaduto. Non ho ceduto e non intendo cedere, perché la mia forza nasce dalla verità dei fatti e dai documenti che li attestano. Si possono nascondere o ignorare dei documenti per un certo periodo, ma non per sempre. Prima o poi, i fatti chiedono di essere letti e trovano la loro strada.

Da allora la vicenda si è trasformata in un conflitto lungo, doloroso e sproporzionato, che ha inciso profondamente sulla mia vita personale, professionale e giornalistica. Un chiarimento all’inizio sarebbe stato certamente meno cruento di ciò che è avvenuto successivamente e avrebbe potuto evitare anni di contrapposizioni, processi e sofferenze. Anni trascorsi a difendermi

Come giornalista pubblicista e direttrice di Radio Civetta e J’Accuse, ho scritto articoli e pubblicato un dossier dedicato all’ENPAM e alle questioni di trasparenza che ritenevo meritevoli di approfondimento. Per quegli articoli mi sono ritrovata coinvolta in diversi procedimenti per diffamazione a mezzo stampa.Una di queste vicende ha condotto a una condanna di primo grado, quindi non definitiva, che contesto e rispetto alla quale continuo a difendermi nelle sedi previste dalla legge.

Non è Alberto Oliveti ad avermi condannata: le sentenze sono pronunciate dai giudici. Ma le iniziative giudiziarie originate dalle querele presentate nei miei confronti mi costringono da anni a impiegare tempo, energie e risorse per difendere la legittimità del mio lavoro giornalistico.

Mi ritrovo con una frequenza divenuta ormai quasi abituale nelle aule giudiziarie di Piazzale Clodio, a Roma, coinvolta in procedimenti che, pur differenti tra loro, nascono sempre dallo stesso punto: gli articoli con i quali ho rivolto domande all'ENPAM e al notaio Andrea Mosca, chiedendo come sia stato possibile procedere alla vendita del mio appartamento senza che, a quanto risulta dalla documentazione in mio possesso, fosse stata previamente considerata la mia formale richiesta di acquisto, presentata e acquisita dall'ENPAM circa sei mesi prima del rogito. Sono interrogativi ai quali continuo ad attendere una risposta.

Nel contesto di questa battaglia è stata avanzata anche una richiesta diretta a ottenere la chiusura di J’Accuse, la testata sulla quale avevo pubblicato il dossier dedicato all’ENPAM e alle questioni che avevo denunciato. Considero questa prospettiva gravissima e continuerò a contrastarla con gli strumenti della legge. Non chiedo immunità e non pretendo che ciò che scrivo sia sottratto alla verifica.

Chiedo esattamente il contrario: che le mie parole vengano confrontate con gli atti, con i fatti e con i documenti. Qualora io abbia scritto il falso, mi venga dimostrato in maniera precisa. Ma una voce non può essere spenta soltanto perché pone domande scomode.

Una sproporzione sulla quale chiedo chiarezza.In questi lunghi anni, nove anni, la vicenda è nata nel 2017, mi sono trovata a fronteggiare una struttura dotata di mezzi organizzativi, economici e di un’assistenza legale enormemente superiori ai miei. Non dispongo degli atti contabili necessari per affermare chi sostenga effettivamente tutti i costi legali delle iniziative che mi coinvolgono. Non intendo quindi presentare come accertato ciò che deve ancora essere chiarito. Proprio per questo pongo pubblicamente una domanda: se e in quale misura vengono utilizzate risorse della Fondazione, alimentate dai contributi obbligatori degli iscritti, per sostenere iniziative giudiziarie contro gli stessi iscritti che esprimono critiche o pongono domande? Non formulo un’accusa priva di prove. Chiedo trasparenza.

Gli iscritti hanno diritto di sapere come vengono impiegate le risorse dell’ente previdenziale al quale sono obbligatoriamente tenuti a contribuire. Le istituzioni di vigilanza hanno il dovere di verificare che ogni spesa sia proporzionata, giustificata e coerente con le finalità della Fondazione. Il problema non riguarda soltanto me. Riguarda tutti coloro che, all’interno dell’ENPAM, sollevano dubbi, pongono domande o esprimono posizioni critiche e che potrebbero non avere la forza economica, psicologica e professionale per sostenere una battaglia tanto lunga.

Io voglio essere anche la loro portabandiera.

Cinquant’anni di professione e una vita continuamente sotto esame Tra sei giorni, il 28 luglio 2026, ricorreranno esattamente cinquant’anni dalla mia laurea in Medicina e Chirurgia. Sono stati cinquant’anni di professione, con una lunga attività trascorsa a tempo pieno negli ospedali, nelle emergenze, nei reparti di Pediatria e Neonatologia, nelle sale parto e accanto ai pazienti. In mezzo secolo di attività non ho mai ricevuto contestazioni relative alla mia condotta professionale. Nel febbraio 2026 mi è stato inoltre rilasciato un certificato di good standing, attestante la regolarità della mia posizione e la mia buona condotta professionale.

Eppure, da circa tre anni, ricevo periodicamente PEC dall’Ordine provinciale dei Medici di Roma, presieduto da Antonio Magi, con le quali mi viene comunicata l’apertura e, successivamente, la chiusura di procedimenti disciplinari collegati ai procedimenti penali derivanti dalla mia attività giornalistica. Il Dr. Antonio Magi dal 2017 è presidente dell’Ordine dell'Ordine dei Medici Chirurghi e Odontroiatri di Roma e provincia. Non attribuisco automaticamente ogni singolo atto alla volontà personale del presidente dell’Ordine. Chiedo però che venga valutato il peso complessivo di questo meccanismo e che si tenga conto della distinzione tra la mia professione medica e la mia attività di giornalista. Sono infatti una giornalista regolarmente iscritta all’Albo, oltre che un medico. Essere contemporaneamente medico e giornalista non può significare che ogni querela relativa a un articolo si trasformi ciclicamente in un’ombra sulla mia vita professionale.

Questa continua successione di comunicazioni mi provoca un enorme stress e determina conseguenze concrete anche sul mio lavoro. Dopo cinquant’anni di attività senza rilievi professionali, trovarmi periodicamente esposta a procedimenti disciplinari originati da vicende giornalistiche è una situazione che vivo come un vero accerchiamento. Nella mia esperienza, la reiterazione di questi atti ha assunto i tratti di una persecuzione. Chiedo alle istituzioni competenti di verificare se tutto questo sia proporzionato, necessario e rispettoso dei miei diritti.

La parola è la mia arma pacifica

Avrei potuto accettare il silenzio e andare avanti. Ho scelto di non farlo. Sarebbe stato certamente meno doloroso tacere. Ma ci sono diritti che non possono essere negoziati e domande che non possono essere cancellate semplicemente evitando di rispondere. Io non mollo perché sono forte dei miei argomenti e dei documenti che ho raccolto. La forza necessaria per proseguire la trovo nella fede, nella fiducia nella giustizia e nella convinzione che, prima o poi, la verità riesca a emergere. Voglio continuare anche per coloro che si trovano in condizioni simili e che non hanno gli strumenti, le risorse o la forza per difendersi.

La parola è la mia unica arma. È un’arma pacifica e non violenta. La scrittura è lo strumento attraverso il quale documento, testimonio e mi difendo. Questa voce non può essere chiusa per il solo fatto che disturba. Può essere contestata, ma sul terreno dei fatti, degli atti e delle prove. Non chiedo di poter dire il falso. Chiedo di non essere ridotta al silenzio finché nessuno abbia dimostrato, attraverso i documenti e nelle sedi competenti, che ciò che ho scritto non corrisponde al vero.

Il mio appello alle istituzioni

Con “Potere alla sbarra” mi rivolgo al Parlamento, agli organi di vigilanza, al Garante per la protezione dei dati personali, all’Ordine dei Medici e a tutte le istituzioni che hanno il potere e il dovere di fare chiarezza.

Chiedo che la mia vicenda venga esaminata nella sua interezza e non come una successione di episodi isolati. Chiedo di verificare come sia stato possibile che alcune domande relative a un modulo per l’acquisto di una casa abbiano dato origine a un conflitto tanto lungo e distruttivo. Chiedo trasparenza sull’utilizzo delle risorse dell’ENPAM, sul rapporto con gli iscritti critici e sulla proporzione tra le iniziative giudiziarie intraprese e le opinioni espresse. Chiedo che sia valutato anche l’effetto della continua apertura di procedimenti disciplinari collegati alla mia attività giornalistica sulla mia vita professionale di medico. Chiedo, infine, che sia tutelato il diritto di Radio Civetta, di J’Accuse e della loro direttrice a svolgere liberamente il proprio lavoro, nel rispetto della legge e con l’obbligo, che ho sempre accettato, di rispondere di ciò che viene scritto. Il potere è forte. Ma in una democrazia non può essere più forte del diritto dei cittadini di chiedere conto del suo operato. Se queste pagine contribuiranno anche soltanto a dare a qualcuno la forza di pretendere verità, trasparenza e giustizia, avranno raggiunto il loro scopo. Ogni cittadino ha il diritto di fare domande. Ogni istituzione ha il dovere di dare risposte. Quando questo non accade, la vicenda non è più individuale: riguarda tutti.

POTERE ALLA SBARRA è disponibile da oggi su Amazon

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Ernesta Adele Marando

Medico chirurgo, giornalista pubblicista, direttore di RadioCivetta e J’Accuse